RICONOSCERSI. INTERVISTA A MIRCO DI NARO

Perché questa intervista a Mirco?
Perchè quando abbiamo iniziato il nostro percorso per la costituzione del Comitato per la Parità di Genere in Cooperativa e abbiamo ragionato su quanto fino ad oggi abbiamo saputo riconoscere e tutelare le specificità delle persone ci è tornato alla memoria Mirco, che quando ha iniziato a lavorare con noi era in fase di transizione, in un momento in cui il suo aspetto e il suo nome non corrispondevano a quanto scritto nei suoi documenti.

Iniziamo con una domanda importante per avere una base di partenza comune.
Ci daresti una breve spiegazione di che cos’è la transizione di genere?

Transizione di genere è una cosa superata linguisticamente. Si parla di percorso di affermazione di genere, che è più corretto, il perché lo spiega la parola…
È un percorso che non prevede necessariamente una fine, durante il quale una persona che non si riconosce nel sesso che le è stato assegnato alla nascita intraprende un percorso per affermare il proprio genere di elezione, quello scelto. Si parla di riaffermazione e non di transizione perché la persona non sta facendo un cambiamento, ma chiedendo che venga riconosciuto quello che lei stessa sente e riconosce.
Per me non c’è un prima e un dopo. Io sono Mirco e questa è la mia storia, è tutta la mia storia. Io sono l’uomo che sono oggi perché ieri sono stato la persona che sono stata ieri. 

Quando ti abbiamo conosciuto avevi iniziato il tuo percorso per la transizione di genere, ed eri in una situazione particolare e per noi nuova, in cui i tuoi documenti parlavano di una persona diversa. Ci racconteresti come è andata? 

Era verso la fine dell’estate del 2020, sono venuto a conoscenza che Studio Progetto aveva posizioni aperte. Mi ci sono buttato, lavorare nell’ educativa scolastica era quello che volevo fare. Mi sono candidato con una mail di presentazione e inviando il mio curriculum che riportava il mio “nome di elezione”, vale a dire il nome che ho scelto per me stesso. Ero chiaramente consapevole del fatto che se la candidatura e il colloquio fossero andati bene avrei dovuto presentare i miei documenti, quelli che parlavano di una persona che non c’era più .
Io ho fatto una scelta forse ardita, ma volevo che la selezione e il colloquio si svolgessero naturalmente, scevri da ogni pregiudizio. Vivevo come Mirco già da quattro anni, di cui poco meno di tre sotto terapia ormonale. Ho iniziato  a farmi chiamare col mio nome di elezione un anno prima di iniziare ad assumere ormoni. Quindi per un anno, nonostante non stessi assumendo testosterone, era socialmente riconosciuto come Mirco.  Quando ho iniziato la terapia ormonale sono iniziati i cambiamenti fisici, che hanno aiutato le persone a riconoscermi come Mirco. Infatti durante il colloquio non c’è stato nessun tipo di imbarazzo o misunderstanding.  Io mi sono presentato come Mirco, sono stato accolto come Mirco ed è andato tutto quanto bene. Nel momento in cui mi è stato detto che il colloquio era andato bene e di inviare i documenti per l’assunzione, mi sono messo di buona lena a scrivere una mail, spiegando il perché  i miei documenti portassero un nome diverso.  

C’è infatti un tempo stabilito per poter cambiare i documenti, c’è un iter da rispettare, verifiche da fare, testimonianze e prove da produrre e da consegnare al giudice. L’iter italiano è un iter vecchio: anche se siamo stati siamo stati il primo paese europeo a legiferare in merito alla riassegnazione del sesso (con la legge 164 del 1982) poi ci siamo fermati. .

Mentre tutto il resto dell’Europa ha progredito, addirittura esistono paesi come la Germania in cui basta una autocertificazione al comune per cambiare il documento, da noi la procedura è ancora molto lenta. Per poter procedere con la riassegnazione ad esempio, il Giudice aspetta che tu abbia vissuto almeno un anno di quello che viene chiamato “Real life test“. Quindi almeno un anno di riconoscimento sociale nel genere e con il nome di elezione.”

E cosa è successo dopo questa tua mail, dopo il tuo coming out con il tuo futuro datore di lavoro?

Confesso di non ricordare molto, quindi deve essere andato tutto molto liscio, se non ha lasciato traccia.  Ciò che è successo dopo il mio coming out è stato un processo totalmente fluido, senza intoppi. Non mi sono mai sentito in imbarazzo o inceppato in qualche meccanismo. Mi sono sentito invece accolto e riconosciuto.
E va riconosciuto che voi lo avete fatto naturalmente, nonostante non aveste delle linee guida da seguire per un’assunzione come la mia. Senza sollevare problemi o crearmi difficoltà. Credo mi abbiate chiesto una mano dal punto di vista burocratico, e considerando che vivo da anni nell’attivismo vicentino è stato naturale supportare chi mi stava assumendo. 
Qualche tempo dopo l’assunzione è arrivato il momento della sentenza. Ricordo di aver chiesto anche a voi uno dei documenti necessari, un documento che attestasse che io ero socialmente conosciuto, riconosciuto come Mirco. E così era, anche a scuola ero integrato e presentato come Mirco.

A proposito di scuole, ci racconti il tuo rapporto con gli studenti?  Perché mi sembra di ricordare che ti era stata affidata ad un’utente, una ragazzina e la madre ha espresso delle perplessità.
Nel mio percorso lavorativo con voi ricordo un solo episodio spiacevole e, per me, bizzarro. Mi era stata affidata, nel mio ruolo di OSS, una ragazzina… e la madre aveva espresso delle perplessità…  perché io in quanto un maschio non ero in grado di prendermi cura delle necessità della figlia. Faceva riferimento alle mestruazioni. Cosa che io ho avuto. Cosa che io so gestire. Cosa che io avrei comunque saputo gestire in quanto OSS, anche se non fossi nato femmina.
Sono stato fermamente difeso sia dalla scuola che da  Studio Progetto per il lavoro che stavo facendo. E infatti poi i genitori non hanno richiesto di cambiare assegnazione, anzi hanno cambiato il loro punto di vista. E questo è stato l’unico episodio poco piacevole, ma sarebbe stato spiacevole per chiunque a prescindere, per qualsiasi ragazzo o ragazza  trovarsi di fronte a questa situazione. Il problema è che non fa ancora parte della nostra società pensare che l’uomo possa avere una partecipazione attiva nel ruolo di cura dell’altro, siano questi utenti, familiari,  figli o studenti. Ancora adesso, per esempio, nella scuola in cui lavoro siamo solo due figure educative maschili.
Però è chiaro che i ragazzi, i bambini, hanno un approccio diverso verso l’insegnante maschio. I bambini si stupiscono dei maestri maschi e il loro stupore è il riflesso di quello che la società degli adulti insegna: se la rappresentazione comune ci dice che è la mamma che si prende cura, che insegna ed educa, i più giovani si aspettano di ritrovare lo stesso modello anche a scuola. Se tutti noi cadiamo nel tranello che se il papà arriva a casa stanco dal lavoro merita riposo, mentre la mamma può ancora occuparsi della casa, dei figli e dei genitori, senza volerlo stiamo trasmettendo un messaggio ai nostri bambini. E non possiamo aspettarci che i nostri figli e le nostre figlie siano scevri da questi condizionamenti.
Poi ci sono gli stereotipi, e basta guardare qualunque reparto di abbigliamento per bambini per capire come la distinzione fra maschile e femminile nasca già nei primi mesi di vita: calzini minuscoli, magliette chiare e con colori caldi per le femmine, colori freddi e supereroi per i bambini. Ma potremmo continuare. 


Maschio, femmina, uomo, donna. Che cosa è l’identità di genere?
Se maschio e femmina si nasce, uomini e donne si diventa.
Nel senso che maschio – femmina è il sesso assegnato alla nascita, dettato dai cromosomi, l’identità può essere uomo o donna.
Io ad esempio sono ancora femmina perché nei miei cromosomi c’è scritto questo e non posso cambiare i cromosomi. Però mi riconosco il genere, la mia identità di genere. Io sono un uomo, non sono un maschio. Sono un uomo.
Ovviamente ora stiamo parlando di genere binario, ma ci sono anche persone che non si riconoscono in questo, e vengono chiamate non binary, persone non binarie. Che non vuol dire sentirsi oggi una femmina, domani un maschio, dopo domani non si sa. Vuol dire avere un’identità propria che ha decostruito quello che è il maschile e quello che è il femminile.

Lessico di genere: ci dici la tua opinione rispetto a schwa e asterisco?
… bellissima la schwa, bellissimo strumento. Lo preferisco all’asterisco, anche visivamente, preferisco una lettera. Ma spesso riesco a fare discorsi di ore senza utilizzare il genere, basta semplicemente fare un esercizio, che richiede all’inizio un enorme sforzo ma poi viene quasi automatico: mettere la persona al centro. 

Parlando di te, quando è che hai sentito la necessità di iniziare il tuo percorso?
Stavo facendo tirocinio al primo anno di scienze infermieristiche ed ho avuto un crollo in reparto. Ho iniziato a piangere. Ho iniziato a piangere e basta, senza controllo.
Aspettavo di andare a colloquio con i miei responsabili di corso e mi chiedevo cosa stessi facendo esattamente della mia vita. Avevo una sensazione di smarrimento infinita
Quando ero piccolo io non si parlava di omosessualità.
Da giovnissimo mi definivo come ragazza lesbica, perché non sapevo che si potesse transizionare al maschile. In realtà non ho mai fatto mistero del fatto che io mi sento un uomo, so di essere un uomo. Già da piccolo chiedevo a mia madre “ma perché non sono nato bambino?”.
Con l’adolescenza mi sono avvicinato alla comunità LGBT(QIA+) o “queer”, parola che vuol dire strambo e di cui la comunità si è riappropriata per autodefinirsi.
Inizio a confrontarmi con altre persone lesbiche e sento che la mia storia, il mio sentire è diverso. E c’è sempre questo malcontento da parte mia, questo senso di  essere l’unico. Fino all’età di 22 anni, quando è capitata nella mia vita una terapeuta che mi ha salvato. Ci siamo conosciuti per attivismo, era l’unica persona che parlava di transessualità. Le ho chiesto di essere la mia terapeuta, ho iniziato il mio percorso. Ricordo del giorno in cui, raccontando a mia madre di questo incontro e del fatto che forse mi sarebbe piaciuto fare questo percorso lei mi ha detto “è già troppo tempo che ne parli.  Se questa è la strada che devi percorrere vai, hai tutto il nostro appoggio, da parte mia e di papà.”
Forse era l’autorizzazione che stavo aspettando. Ho iniziato quasi subito a farmi chiamare col mio nome di elezione. E dopo un anno e mezzo sono arrivato alla terapia ormonale. 

Che cosa hai perso nel tuo percorso?
Ho avuto la fortuna di non aver perso amici.
Ho però perso un po’ il senso di famiglia allargata. I miei genitori sono sempre stati super supportivi con me. La mia famiglia allargata gli zii, i nonni, i parenti lo sono stati a voce, ma non con i fatti. E questo mi ha fatto mettere in discussione quel bel teatrino che si fa la domenica tutti quanti insieme. Oltre a questo, che mi ha fatto soffrire, ho perso solamente cose di cui in realtà sento di essermi liberato. Ho perso tante sovrastrutture mentali che avevo interiorizzato senza rendermene conto. 

Che consiglio daresti a chi si trova a vivere la tua stessa situazione?
Di concedersi l’autorizzazione di riconoscersi. Tante volte noi persone trans, nel fare coming out, nel dire il nostro nome di elezione è come se stessimo chiedendo l’autorizzazione di poter continuare a essere chi si è. Ma non deve esserci un autorizzazione da parte di nessun altro, se non da parte di se stessi. 

In una tua vecchia intervista del 2017, all’inizio del tuo percorso, una giornalista ti ha chiesto quali difficoltà immaginavi di incontrare.  E tu hai dato una risposta bellissima: “le difficoltà le ho già viste, quelle che vedo adesso non sono difficoltà.”
Oggi confermeresti quella tua risposta?
Si.
Al  mio me del 2016 posso confermare che la parte buia era decisamente passata e stava arrivando il più bello. Assolutamente. 

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