SCOOP_ parole sociali

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SCOOP || parole sociali || n. 1

questione di sguardi

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Questione di sguardi

Quanto ha valore il primo sguardo?
Quante volte la prima impressone condiziona il nostro approccio?
Quante volte, ancora, sappiamo concederci di cambiare idea?
Uno sguardo condanna o accoglie. Ti accetta nel gruppo dei pari o ti emargina nell’insieme dei diversi.
Ma quante volte il nostro sguardo è miope?
È capitato a tutti di dare un’etichetta e di doverla poi staccare, come quando decidiamo di dare una seconda opportunità a quel barattolo per trasformarlo in candelabro, a quella bottiglia di vino che sarà vaso di fiori.
Perché la diversità spaventa, destabilizza. Ci abbandona alle nostre insicurezze. Ci costringe a scavare per trovare una chiave di lettura, a non soffermarci alla superficie.
A volte accade e accettiamo la sfida di guardare oltre. A volte la diversità irrompe nelle nostre percezioni, scardina i nostri preconcetti, si fa portatrice di una nuova visione. Inclusiva, aperta, pulita.
Il diverso non perde le sue unicità, ma non è più il nemico da guardare con riluttanza, un altro da noi da giudicare.
Diventa ciò che di più puro e complesso ci possa essere: un individuo, da conoscere e scoprire.

Barbara Coaro
Chiara Giordani
Cristina Sabino


Trilogia siberiana

Scegliere un libro è un processo che richiede più ispirazione che razionalità. Quel un giorno in libreria mi sono fermata fra gli scaffali, quasi frustrata dal sapere in anticipo che non avrei trovato niente. Sbagliavo.
Il testo era notevole: 950 pagine, una raccolta di tre volumi. Il livello di endorfine nel sangue ha avuto un picco (c’è a chi basta il numero di pagine, sì). In copertina, un pugnale trattenuto da una mano letale e furtiva, tatuata. È così che ho iniziato a leggere “Trilogia siberiana”, la storia di Kolima (soprannome di Nicolai), un figlio della Russia, quella delle periferie urbane post comuniste. La scrittura è secca, asciutta, solo in alcuni momenti si concede introspezioni che rimandano sensazioni bucoliche. Dall’inizio alla fine del racconto una domanda mi ha tenuto impegnata: come fa uno così ad uscirne sano?
Kolima nasce in una famiglia dove chiama nonno il capo dell’organizzazione criminale cui appartiene la sua gente. Sono criminali il padre e lo zio, i cugini, i vicini di casa. Tutti con un passato di ribellione ed esilio alle spalle e un futuro povero di prospettive.
Una vita segnata in modo così profondo che non sembrerebbe possibile pensarla oltre quell’universo di codici e leggi. Ma per Kolima le cose vanno diversamente. Non so come si sia potuto salvare dagli scontri tra bande armate, dalla caduta del comunismo e dall’arrivo della droga sul mercato russo, dal carcere minorile e da un arruolamento forzato che sembra una condanna a morte. Come si fa a venirne fuori, una volta finito l’orrore della guerra? Con l’adrenalina sempre a livelli così alti che quando ti rimandano a casa il corpo e la testa vanno in tilt non riuscendo a gestire deliri ed allucinazioni?
Gli psicologi lo chiamerebbero disturbo post traumatico da stress. Potrebbe bastare un ritorno alle radici? Un lunghissimo viaggio verso la Taiga, la sconfinata foresta siberiana, dove il tempo si è fermato, gli animali e gli uomini convivono seguendo una semplice indiscutibile legge: mors tua, vita mea?
Ferocia e purezza, istinto e sopravvivenza.
Kolima sopravvive. Le probabilità di uscirne vivo erano poche. Quelle di uscirne anche sano, praticamente nulle. Ma Kolima ha delle carte da giocare, ha dei talenti. E passo dopo passo si riappropria della sua umanità.
Da orientatrice non posso fare a meno di registrare la sua capacità di resilienza, le risorse e le competenze a cui si è aggrappato per ricostruire un’identità, la sua altissima motivazione al cambiamento.
Le competenze apprese erano tante: una minuziosa conoscenza delle armi, strategie militari, la conoscenza delle regole tra gerarchie criminali. Ma quello che gli ha permesso di ricominciare, di “uscirne sano è stato altro. Kolima fa parte di una comunità abituata ad altissimi livelli di lealtà e vicinanza, che accoglie o rifiuta senza compromessi ma che da lui non ha preteso il sacrificio completo della sua individualità.
La sua intelligenza curiosa e attenta ai dettagli lo porta a sviluppare una profonda fascinazione per i tatuaggi, quelli che hanno sul corpo i suoi famigliari. Lentamente e con ostinazione chiede ed ottiene di essere iniziato all’arte di scrivere sulla pelle le storie delle persone.
Non basterebbe uno sguardo per leggere un tatuaggio siberiano, così come non è mai sufficiente uno sguardo per incontrare una persona e conoscerne la storia. Eppure quei segni ci guidano, a partire dal primo sguardo. Quasi un piccolo accordo, tra il razionale e l’istintivo, che permette di oscillare tra nuove domande e nuove risposte. Oggi Nicolai ha cambiato il proprio cognome assumendo quello della madre, Lilin. Vive a Milano con moglie e figlie ed è naturalizzato italiano. Le sue storie su carta sono state pubblicate da Einaudi e riscuotono molto successo, mentre quelle sulla pelle ancora le racconta collaborando con due e più laboratori di tatuaggi. Uno dei questi si trova ad Abano, Padova.

Farida Framarin
Psicologa, Orientatrice,
Operatrice Informagiovani

Io sono Francesco

Francesco è un adolescente di 13 anni. Segni particolari: Down.
Io sono Sonia, sua madre, e questa è la mia storia. Di quanto sia facile parlare di inclusione e di quanto sia difficile praticarla nella vita di ogni giorno.
13 anni fa fu un’esplosione: di gioia e di paura, dell’ impazienza di vedere chi per nove mesi aveva abitato il mio ventre, di conoscere quell’inquilino che mille volte avevo sognato di abbracciare e amare incondizionatamente.
Poi è un attimo.
Il tempo di un vagito e tutto cambia. Agli occhi dell’ostetrica Francesco non è il mio perfetto bambino.
“Suo figlio ha un problema”.
Io pensavo solo a quanto era carino il mio bambino perfetto.
La procedura ci ha imposto di stargli lontani. Per lunghissime ore io e mio marito siamo stati lasciati in camera, in penombra, con la porta chiusa. Per riflettere. Sembrava fosse una tragedia.
Io volevo Francesco, e volevo risposte. Quali terapie avremmo dovuto affrontare? Cosa avremmo dovuto fare? Cosa significava Trisomia 21?
Troppe famiglie reagiscono male all’arrivo di un figlio con la sindrome di Down.
Si sentono spaventate, impreparate, sole.
L’ospedale non dava risposte, io avevo mille domande. Ho cercato le risposte da sola. Ho aperto strade nuove, dove sembrava non esserci alcuna via, ho trovato soluzioni anche dove sembrava non ce ne fossero.
Francesco è diventato grande e io non ho mai smesso di fare domande. Continuiamo a batterci contro le difficoltà quotidiane, a lavorare per far capire alle persone che anche chi è affetto da sindrome di Down ha capacità e competenze. Può scegliere e può decidere.
Francesco ora è in prima superiore: voleva fare l’Istituto Agrario, una scuola lontana, con la necessità di soggiornare in convitto, ma non è stato possibile. Non siamo riusciti a scardinare la convinzione che un’handicap è un’handicap, che i ragazzi certificati non possono provvedere a sé stessi.
Francesco ha scelto un’altra scuola, per fortuna di passioni ne ha tante. Ma forse quando gli diciamo che può avere le stesse opportunità degli altri dubita che gli stiamo mentendo.
Il continuerò a fare domande, ma ho iniziato a dare risposte. Perché ci sono e ci saranno sempre genitori che hanno bisogno di non sentirsi abbandonati.

Sonia Tomasi
Segretaria di studio medico,
Medicina di Gruppo di Cornedo Vic.no


Sundjata Keita

Ogni vita è una vita
Il torto richiede una riparazione
Aiutatevi reciprocamente
Veglia sulla tua patria
Combatti la servitù e la fame
Che cessino i tormenti della guerra
Chiunque è libero di dire, di fare e di vedere
(tratto da “La Carta di Manden”, 1922)

Ottocento anni fa, dove ora c’è l’Alta Guinea, c’era un piccolo ma evoluto regno, il Mandingacora. C’erano un re, Re Narè Maghan Konatè, la sua bellissima moglie e il loro bellissimo figlio. E c’era una strega, che profetizzò al re che se avesse sposato una donna bruttissima avrebbe generato un figlio potentissimo, in grado di cambiare il destino del suo popolo. Narè Maghan Konatè sposa così la bruttissima Sologon, nome che significa “la donna bufalo” da la vita a Sundiata Keita, incapace di camminare e di parlare. Talmente brutto da spingere il padre a liberarsi di lui e di sua madre, esiliandoli.
Le profezie però non possono essere fermate. E allora, quando un popolo vicino attacca il regno ed il bellissimo primogenito si dimostra incapace di governare, tanto da fuggire e lasciare il regno agli invasori, fu allora che Sundjata Keita trovò in sé la forza di mobilitare tutti i regni vicini, formando un unico grande esercito e sconfiggendo l’invasore. Diventò così “Mansa” – il Re dei Re – e fondò l’Impero del Manden, in cui unì 12 regni. Mostrò che l’unità era meglio della dispersione e della rivalità. Fondò un impero e lo dotò di una costituzione: la Carta di Mandé, stabilendo, per la prima volta, i buoni principi per la coesistenza tra il potere e i cittadini, tra l’individuo e il bene comune, tra gli esseri umani e le risorse naturali.
La Carta di Madnen, proclamata nel 1222, è dal 2009 iscritta dall’Unesco nella lista dei “Patrimoni Culturali Intangibili dell’Umanità” e viene considerata una delle prime dichiarazioni dei diritti umani.
Questa storia ci è stata raccontata da uno degli ospiti del nostro progetto Sprar – Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo e Rifugiati che gestiamo per il Comune di Valdagno.
E noi abbiamo deciso di raccontarla a voi.

SPRAR
Sistema di protezione
per Richiedenti Asilo e Rifugiati

Questione di approcci

Pubbliche Amministrazioni e Terzo settore verso uno sguardo
comune al futuro del territorio

Cosa c’è di più bello, e tutto sommato naturale, nel lavorare insieme per obiettivi di interesse generale per di più se riferiti alla propria comunità locale? Sono ormai 30 anni che oltre alla Pubblica Amministrazione anche soggetti del cosiddetto privato sociale e pure d’impresa come le cooperative sociali possono, e anzi devono, impegnarsi in questa direzione perché stabilito da una serie di leggi e documenti di politica. Eppure, soprattutto gli addetti ai lavori, sanno che aggiungere suffisso “co” prima di “programmazione” e soprattutto di “progettazione” e di “gestione” non è facile, anzi. Spesso quindi si preferisce procedere attraverso un modello di amministrazione separata: da una parte chi governa la distribuzione delle risorse (ente pubblico) e dall’altra chi esegue in veste di fornitore (soggetti privati, spesso di terzo settore soprattutto se si tratta di comparti come il welfare, la cultura, l’ambiente).
Come mai il modello dell’amministrazione condivisa fatica ad affermarsi come modo naturale di esercitare la funzione pubblica e rimane relegato a qualche buona pratica settoriale o in alcuni territori più progrediti? La risposta più immediata, soprattutto da parte del terzo settore, è di accusare la pubblica amministrazione di poca predisposizione in tal senso, poco incline insomma ad aprire la stanza dei bottoni del governo territoriale anche a fronte dell’evidenza che la complessità dei beni da produrre – educazione, cura, inclusione – richiederebbe un concerto di apporti, anche in termini di risorse economiche. Ma d’altro canto anche a importanti segmenti del terzo settore tutto sommato la vecchia logica dell’amministrazione della cosa pubblica gestita attraverso appalti di fornitura non va poi così male. Nella sua rigidità e semplificazione consente di “impacchettare” beni e servizi all’interno di standard di prestazione e di costo certi però con il rischio di perdere quegli elementi di valore che derivano dal partecipare ad un processo aperto dove è possibile raccogliere stimoli, indicazioni e proposte che difficilmente si potrebbero catturare nel chiuso degli uffici di progettazione.
Ecco quindi alcune indicazioni utili a capire da che parte andare. Se lanciarsi in processi di coprogettazione stimolanti ma dagli esiti incerti oppure se insistere per la via della subfornitura magari non così esaltante ma comunque con margini, seppur incrementali, anche in termini di sviluppo. Il primo elemento riguarda la missione dell’organizzazione: se ha intenti trasformativi, cioè di cambiamento sociale e non solo di gestione dell’esistente, allora tende quasi naturalmente verso processi di amministrazione condivisa. Il secondo elemento riguarda il proprio patrimonio in termini di saper fare (il famoso know-how). Se la conoscenza legata ai modelli di servizio è proprietaria e non aperta (un po’ come succede con i software) allora si propende verso meccanismi di fornitura. Ancora: se la leadership è intesa non solo come una assegnazione formale di ruoli ma come un meccanismo di trasparenza e di condivisione del potere decisionale allora sarà (relativamente) più semplice negoziare obiettivi di interesse collettivo e allocare di conseguenza le risorse. Infine se non ci si limita a rendicontare ma a valutare quanto è stato realizzato, allora, anche in questo caso tenderà a prevalere sarà l’approccio dell’amministrazione condivisa.
In sintesi non è facile e forse non è neanche sempre consigliabile agire secondo logiche di partenariato pubblico-privato, ma comunque si può fare anche a fronte di elementi ostativi come il recente parere del Consiglio di Stato in merito alla riforma del terzo settore. Quel che deve prevalere infatti è l’intento che muove persone e organizzazioni. Perché lo “stare nel territorio” si misura anche (e soprattutto) nella voglia di fare insieme.

Flaviano Zandonai
Sociologo, ricercatore e formatore.
Si occupa di organizzazione, management e reti. Lavora in Euricse
(European Research Institute on Cooperative and Social Enterprises)
e collabora con Iris Network, la rete degli istituti
di ricerca sull’impresa sociale.

 

Un linguaggio universale

Un’unica regola: non usare parole, solo la musica.
Siamo seduti uno di fronte all’altro Fra di noi uno xilofono, dei tamburi, un cembalo e degli shakers.
C’è silenzio, i nostri sguardi esplorano l’ambiente che ci circonda, si incrociano per brevi istanti.
C’è attesa: percepiamo il tempo con difficoltà, a volte scorre veloce, a volte più lento, quasi immobile. Ognuno cerca il suo momento esatto, il più opportuno per sé e per l’altro.
Michele si aggiusta sulla sedia, si mette comodo, si avvicina allo xilofono e prende in mano il battente.
Non servono parole.
C’è un mondo di suoni, di sguardi, di movimenti. Un mondo fatto di empatia, in cui noi stessi siamo vicinanza.
Questo mondo ci permette di comunicare, di andare oltre le barriere della parola per esprimere ciò che veramente siamo, liberi di agire senza giudizio. Capaci di urlare, di cantare, di suonare, di muoverci.
Capaci persino di restare in silenzio, liberi fare e di non fare.
Sono educatrice e musico terapeuta e a marzo 2018 ho iniziato un percorso di musicoterapia con alcuni degli utenti del Centro Diurno No Problem. Molti di loro convivono con deficit cognitivi tali da impedire una regolare comunicazione ed interazione verbale, con le conseguenti problematiche emotive dovute all’impossibilità di esprimere ciò che voglio, ciò che sentono, ciò che realmente sono.
La musica riesce ad avere un ruolo terapeutico, a farsi vettore di comunicazione.
La musica è un linguaggio immediato, diretto. È l’elemento pre-linguistico e istintivo che ci contraddistingue fin dalla nascita, che non scompare nemmeno in presenza di deficit cognitivi.
Pensate ai neonati che comunicano con il pianto ogni loro bisogno. Il pianto altro non è che suono che diviene relazione, un proto linguaggio che trasmette emozioni e informazioni.
I suoni e la musica ci permettono di entrare in comunicazione con l’altro scavalcando le distinzioni: , trascendendo quelle caratteristiche personali che ci contraddistinguono: non importa il colore della pelle o la nostra origine, la nostra età o le nostre competenze cognitive. attraverso la musica troviamo incontro, condivisione ed inclusione.
La musica non significa.
La musica evoca, fa improvvisare la mente e ci rende tutti uguali, supera la barriera delle parole e abbatte i muri che ergiamo per separarci dall’altro.

Chiara Soldà
Educatrice e Musicoterapeuta,
Centro Diurno No Problem